Ci sono 35 pagine segrete custodite nell’archivio di carta di Javier Marías. Contengono le riflessioni su Venezia dello scrittore spagnolo divenuto celebre e amatissimo nel nostro Paese per romanzi come Domani nella battaglia pensa a me, L’uomo sentimentale e Nera schiena del tempo. In Italia nessuno le ha mai lette, perché ancora non hanno trovato un editore prima ancora che un traduttore. Eppure è a quelle pagine che Marías, classe 1951, ieri a Venezia per «lncroci di civiltà» (oggi alle 18, al teatro Malibran, l’autore sarà in conversazione con Elide Pittarello e Paolo Lepri del Corriere della Sera) ha affidato i suoi pensieri sulla città che giusto vent’anni fa lo ospitò per un anno, complice una «morosa» (proprio cosi dice Marías) veneziana:«Era dall’89 che non ci tornavo. E quando sono arrivato, ieri, mi sono emozionato a rivedere i luoghi di vem t’anni fa».
Marías, che effetto le fa essere qui?
«Questa è una città che ho incorporato, l’ho sempre presente dentro di me. È come quando sono a Madrid e dico: vorrei andare in un posto e ci vado. Provo questo sentimento anche per Venezia, la sento un po’ mia».
L’ha trovata cambiata?
«È una città alla quale non è permesso cambiare. Il titolo del mio articolo era “Venezia, un interno”, riprendeva la concezione di Henry James, secondo il quale questa città è come un interno. Per questo non può cambiare».
Vivere una storia d’amore a Venezia da «travet». Fa veramente cartolina.
«È un posto straordinario. Devo dire che mi sentivo particolarmente fortunato, mi sembrava incredibile essermi innamorato proprio qui. In città ho scritto anche parti di due miei romanzi, L’uomo sentimentale e Tutte le anime. Tanto che c’è stato un momento in cui pensavo di vivere qui, ma mi faceva un po’ paura. Dopo un po’ che ci stai a un certo punto ti sembra che tutto quello che accade fuori dalla città sia difficile. Andare a Padova? Difficile. Prendere un treno? Difficile. E si finisce per avere la sensazione di essere prigionieri».
Chissà cosa sarebbe successo se fosse rimasto.
«Non so come sarebbe stata la mia vita qui, forse non avrei scritto gli stessi libri, chissà. Nel nostro “dizionario biografico” si trova quello che uno ha fatto. Eppure noi consistiamo anche di quello che non abbiamo fatto, quello che non siamo stati tanto audaci da fare, quello che abbiamo scartato. Tutto fa parte di noi, fa parte della vita immaginaria di un romanziere. Soprattutto quando si diventa consapevoli di questa possibilità. Cosi Venezia è diventata una città del mio inimaginario biografico: vissuta, ma anche scartata».
Che cos’è raccontare per lei?
«Raccontare è una forma di pensiero diversa da tutto il resto. Per questo la gente scrive diari, lettere, mail: per spiegare e spiegarsi meglio una cosa. Se sono sdraiato sul sofa a pensare, per quanti sforzi faccia so che non penserò mai esattamente come scrivo: quello della scrittura è una forma di pensiero più lucido alla quale non vorrei mai rinunciare».
Che succede alle sue storie mentre scrive?
«Ci sono romanzieri che sanno tutto quando si mettono a scrivere. Io mi siedo con una bussola, so più o meno dove voglio arrivare, ma quello che non conosco è il percorso. Tento di non sapere tutta la storia, altrimenti sarebbe un esercizio di stile noioso, mi piace scoprire la storia mentre la scrivo. Mi è successo anche mentre ero qui e finivo L’uomo sentimentale. Dicevo alla persona con cui stavo:”Non so proprio come finire”».
E in quei frangenti che fine fa la sua vita privata? Viene travolta dalla letteratura?
«Ma no. Gli scrittori che fanno gli scrittori 24 ore al giorno mi sembrano poco credibili. Nel momento in cui smetto di scrivere mi piace anche bermi una birra, vedere una partita di calcio».
Atletico Madrid o Real Madrid?
«Real Madrid».
SARA D’ASCENZO
Corriere del Veneto, 22 maggio 2009
